• Idolatria del Papalagi (4)
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lunedì 30 novembre 2009

L'università

1)

L'università è quel luogo in cui il papalagi presume di raccogliere tutto il meglio dei sapienti e del sapere della sua epoca.
E' il luogo in cui il papalagi certifica che una data cosa sia sapere, il luogo in cui ogni sapere viene vagliata, sezionato, analizzato, confrontato, giudicato, esteso, rivoltato, ridotto, manipolato, creato, conservato.
Nella rigida mania classificatoria del papalagi, l'università è Il Luogo in cui si definisce Il Sapere.

Il papalagi, fin dall'infanzia, viene fatto passare attraverso vari stadi di istruzione, alcuni obbligatori, in cui gli viene insegnato ciò che è ritenuto indispensabile per vivere nella società; in cui tramite un sistema di votazioni si decide quali papalagi siano migliori degli altri e quindi più degni di un posto di rilievo nella detta società.

Nella serie di riti d'iniziazione caratteristici del percorso d'istruzione, l'università è il passaggio che consente di entrare dentro la più o meno ristretta cerchia degli illuminati di una singola materia, di coloro che sanno.
Il sapere accademico ha una spessa aura sacrale intorno a sè, e i suoi sacerdoti, i professori, ne sono custodi e prosecutori.

Il modo in cui è strutturato lo studio è per molti versi uguale al modo con cui l'attività è organizzata nel lavoro (vedere post precedente), questo è vero in particolar modo per lo studio universitario.
D'altronde la necessità di rimodulare il mondo della cultura perchè si adegui ai vertiginosi cambiamenti della società del lavoro è diventata luogo comune, lo ripetono da anni l'unione europea, i governi, le organizzazioni degli industriali, gli stessi organi di autogoverno delle università.
Effettivamente, il lavoro all'interno degli istituti universitari non è differente rispetto all'esterno, e lo studio stesso tende sempre più ad assomigliare ad un lavoro.

In realtà l'università è un pilastro fondante del sistema del lavoro, e proprio in questi anni il suo sostegno è divenuto decisivo.

Abbiamo detto, nell'articolo precedente, che ormai le persone richieste dal mercato del lavoro sono molte meno di quelle disponibili. In questa situazione, l'università ha assunto il ruolo di un'immane diga che trattiene dall'entrata nel mondo del lavoro immense quantità di giovani altrimenti destinate alla disoccupazione, con le tensioni sociali conseguenti.
E infatti, di anno in anno, aumenta la mole di studio necessaria a parità di lavoro: se prima per fare i maestri ci si diplomava alle magistrali, ora non basta più nemmeno la laurea, eppure i programmi delle elementari non sono cambiati così tanto.
La concorrenza spietata per il posto di lavoro spinge a una caccia di titoli sempre maggiore per rendere il curriculum più appetibile, questo oltre ad alimentare il sistema dei tirocini e degli stage non pagati (ovvero la concorrenza per un lavoro che spinge verso zero le richieste salariali), alimenta il circuito dei corsi e dei titoli post-laurea.
Se prima la laurea era il traguardo ultimo di una lunga carriera da studenti, ora questo ultimo traguardo si sposta sempre avanti: il lavoro stabile e ben pagato che non otterrò con la laurea, forse lo otterrò con il master; se non con il master, forse con il dottorato...
L'università consente di dilazionare all'infinito una promessa che non si avvererà mai, costringendo nel frattempo a una vita di sacrifici continui e poche pretese, sempre appesi a un filo. Pochi lavori hanno raggiunto il livello schiacciante di precarizzazioni raggiunto dai settori della conoscenza e dell'innovazione.

L'università svolge un'altra funzione fondamentale verso il mondo del lavoro: quella di aprirgli continuamente nuovi campi di sviluppo su cui continuare la corsa infinita verso la crescita economica; tramite la ricerca, l'onere rischioso di aprire nuove strade al mercato viene scaricato sulle istituzioni universitarie, mentre l'onore di percorrere queste nuove strade tramite la produzione industriale rimane normalmente alle aziende.

2)

Il sapere è diviso in discipline, sottodiscipline, branche di branche di discipline, all'infinito. Ogni disciplina, mano a man che va più in profondità nei suoi studi, tende ad ingrandire sempre più il suo corpus di dati, così che per poterne diventare "professore"(ossia massimo sacerdote, colui che ne comprende appieno tutti i segreti) gli studi diventano sempre più ardui, estesi, ingombranti.
Chiunque voglia eccellere, deve tendere inevitabilmente a fare dei suoi studi l'unico campo di suo interesse, se vuole mantenere il passo con l'espansione continua della sua disciplina.
Questo rende le discipline, man mano che s affermano e costituiscono il loro corpus di tradizioni e verità, sempre più autoreferenziali. Allo stesso tempo, il continuo approfondimento di aspetti particolari, o inattesi, porta alla generazione di nuove discipline, le quali col tempo tenderanno all'autoreferenzialità e alla generazione.
L'espansione infinita del sapere è retta dalla frantumazione infinita dello stesso. Nemmeno un supergenio come nessuno ha mai visto potrebbe padroneggiare al massimo livello più di un'infima quantità delle discipline (quindi del sapere) attualmente in essere.

Questo pone grossi problemi ad una posizione come quella espressa dalla gran parte dei movimenti studenteschi contro le varie riforme in senso neoliberista dell'università: come si può difendere a spada tratta e acriticamente un sistema come quello della ricerca (che non fa che replicare l'eterna logica della crescita, applicandola al sapere invece che alla ricchezza monetaria)?

L'entropia generata dalla specializzazione estrema delle conoscenze è uno dei problemi più grossi della nostra società, le prospettive aperte da ormai moltissimi campi di ricerca (dalla bioteconologia, ai sistemi di controllo elettronici, agli studi sul funzionamento del cervello, a tutte le applicazioni militari, e così all'infinito) sono quantomeno agghiaccianti e pongono problemi enormi sulla base del potere che sono in grado di consegnare ad alcuni esseri umani.
La libertà della ricerca rischia di essere quel valore che porterà alla fine di qualsiasi libertà.
In più, la specializzazione estrema, escludendo dal campo della ricerca qualsiasi riferimento esterno ad essa, più tende ad approfondire e meno sembra tener conto del mondo su cui andrà ad applicare i suoi risultati, con l'inevitabile impatto devastante che già innumerevoli volte ha avuto l'applicazione di un pensiero riduzionista su un mondo complesso.

3)

Come il lavoro è basato su una netta divisione gerarchica delle attività, così lo studio è basato su una netta divisione gerarchica dei saperi: ci sono saperi più o meno degni di essere studiati, saperi che non sono degni di essere studiati.
Questo non è un dato naturale, come ci appare dopo quindici anni di scuole improntate secondo una certa scala di valori, è il frutto di scelte operate da qualcuno in base alle sue priorità ideologiche. La scuola, nel momento in cui è cultura, è anche indottrinamento, e non sto dicendo nulla di nuovo.
Questa divisione gerarchica è sancita dal titolo di studio: di fatto si può diventare dottori solo riguardo a certi ambiti di conoscenza, dopo aver studiato solo ben determinati ambiti dello scibile umano.

Tendenzialmente, tutto ciò si traspone in una netta preferenza del sapere teorico al sapere pratico, nell'idea profondamente radicata per cui il lavoro intellettuale deve dominare il lavoro manuale, per cui solo il sapere teorico può essere degno della èlite della società, la cui creazione resta l'obiettivo principale per cui tutta l'istituzione universitaria esiste.
Ma se un tempo il titolo di studio garantiva l'effettiva eccellenza dell'attività cui si riferiva, i cambiamenti avvenuti nel sistema del lavoro hanno abolito questa equivalenza.
Molte delle attività che l'università nel suo conservatorismo considera ancora d'èlite e superiori, sono ormai considerate obsolete.
Come reliquie della gloriosa cultura borghese otto-novecentesca resistono appese al loro passato molte facoltà umanistiche, per esempio, condannate a una marginalità subita più o meno dignitosamente, come vecchie dive del film muto.
Il mondo del lavoro ha poco da proporre loro, se non forse una dolce eutanasia.

Esiste una forte discrepanza tra il sistema di gerarchie e discipline dell'università e quello del sistema lavorativo; la politica dei governi verso l'università si può riassumere nel tentativo di appianare questa discrepanza in favore del sistema lavorativo: "rendere spendibile il titolo di studio nel mondo del lavoro".

4)

Le proteste in difesa dell'università "libera, pubblica e di massa" hanno semplificato troppo i termini della questione.

Da un lato l'università è strutturata per essere intrinsecamente d'èlite e asservita a un idea di dominio che pur essendo superata rimane tale (l'iscritto all'università punta all'acquisizione di un sapere convenzionalmente stabilito dal titolo di studio allo scopo di ottenerne uno status sociale).

Dall'altra, la sintonizzazione traumatica delle sue funzioni a quelle del mondo del lavoro (col venir meno della sicurezza dello status sociale di cui sopra) non impone necessariamente vincoli alla libertà della ricerca e alla ricettività di massa dei corsi universitari; essendo questi bacini da cui trarre linfa vitale, essendo la diga rappresentata dall'università essenziale per la tenuta momentanea del sistema del lavoro.

Nel mezzo di questo ginepraio rimane un'intera generazione: mantenuta nello stato di minorità dell'eterno apprendistato e del lavoro che non dà più neanche l'illusione dell'indipendenza, o asservita totalmente alla logica inumana della macchina innovativa-produttiva-innovativa-produttiva-etc. pur nella libertà delle proprie scelte di vita e nella totale innocenza dei propri intenti.


All'esterno rimane una immensa mole di saperi spazzati via dalle scelte ideologiche di chi ha costruito il sistema dell'istruzione e dal peso schiacciante delle innovazioni che più hanno avuto successo nel mondo del lavoro; saperi caratteristici di intere comunità che sono rimaste schiacciate o distrutte dal dominio di questo sistema, quasi sempre insieme ai propri territori.

Quello universitario non è l'unico modo di trasmissione possibile dei saperi, anche se tutto il sistema ideologico dell'istruzione porta a crederlo, e a considerare "sapiente" in base al possesso di un foglio di carta rilasciato dalle università.



N.B.

Naturalmente lo scrittore di questo articolo è iscritto all'università e si gode la permanenza nella diga prelavorativa.
Altrimenti non avrebbe mai scritto roba del genere.
Non starà qui a scusarsi dei motivi personali e più o meno contingenti della propria flagrante incoerenza.

Questa non inficia assolutamente la sostanza del discorso.

venerdì 11 settembre 2009

Il lavoro

1.

"Il Papalagi ha tanti lavori, quante sono le pietre nel fondo della laguna. Di ogni attività fa un lavoro. Se uno raccoglie le foglie appassite dell'albero del pane fa un lavoro. Se uno pulisce le stoviglie, fa un altro lavoro. Tutto è lavoro se si fa qualcosa. Con le mani o con la testa. Anche pensare o guardare le stelle sono lavori. Non c'è niente che possa fare un uomo che il Papalagi non possa trasformare in lavoro."

Tuiavii di Tiavea, Papalagi, pag. 39

Il lavoro è il più grande idolo del Papalagi, fin dalla più tenera età ci viene chiesto "che lavoro vuoi fare da grande?", ci viene insegnato a distinguere gli sconosciuti in base al loro mestiere, ci vengono presentate le attività quotidiane come mestieri. Tutta la buona educazione, volta a farci diventare buoni cittadini, non fa che ricordarci costantemente il nostro primo dovere verso la società: lavorare.

Il lavoro è un'astrazione che si distingue dalla semplice attività, per tutta una serie di motivi:

1) Presuppone una valutazione e gerarchizzazione delle attività tramite il riconoscimento monetario; questa è totalmente dettata da logiche di potere e logiche economiciste. Ovviamente questa gerarchizzazione delle attività si rispecchia in una gerarchizzazione tra le persone, il dipendente è subordinato al datore, il panettiere è subordinato al calciatore, e questo tende a rispecchiarsi nelle possibilità concesse ad ognuno nella società, differenti secondo la condizione economica garantita dal lavoro.
Questa gerarchizzazione delle attività non ha nessuna giustificazione di nessun tipo, è un dato in sè su cui nessuno si fa domande: ma perchè fare il minatore in cunicoli pericolosi con la seria possibilità di prendersi la silicosi e morire precocemente dovrebbe pagare meno di gestire l'organizzazione della miniera stessa? Perchè lavorare nello spettacolo garantisce normalmente introiti nettamente maggiori che lavorare in campagna?, è forse più duro, o più utile? Queste semplici domande colpiscono il non senso base della società del lavoro, il peccato originale che genera la sua stortura. Parlare di democrazia e uguaglianza in una società basata su questo è una mera idiozia: nella società del lavoro le persone non godono degli stessi diritti.


2) L'attività lavorativa si svolge sempre con precisi obblighi la cui non osservanza porta all'esclusione. Questi possono essere più o meno onerosi e più o meno remunerativi a seconda delle garanzie ottenute, della forza contrattuale, dell'insostituibilità o meno della manodopera, dei rapporti personali, di leggi scritte e non scritte, della natura dell'attività, delle condizioni economiche generali, eccetera eccetera.

In ogni caso, non è mai una libera attività, anche nel caso del lavoro cosiddetto autonomo: le forze che intervengono a normarla e direzionarla sono troppo grandi.
Il lavoro è un'attività subordinata, sempre, quantomeno alle logiche e ai rapporti di forza del mercato, un'attività che richiede sempre un atto di sottomissione da parte di chi vi si sottopone, e si organizza sempre secondo un rigido sistema di controllori e controllati, capi e sottoposti.

3) Presuppone una divisione tra attività ben configurata, che renda i compiti precisi, che porti ad una progressiva specializzazione del professionista. Questa, a sua volta, porta ad una visione della società e della vita sempre più limitata, un'identificazione esagerata della persona con quella che resta l'unica attività della sua vita, un'incapacità generale di capire chi svolge attività differenti, di mettersi nei panni di chi le pratica; soprattutto, un'incapacità di mettersi nei panni di chi dovesse diventare vittima dell'attività che si svolge abitualmente. Una volta che la specializzazione si è fatta tutt'uno con la vita della persona, la sua specialità tende a rimanerne l'unico orizzonte: c'è poco da stupirsi se integerrimi ricercatori di indiscussa onestà abbiano prodotto mostruosità come la bomba atomica o le armi batteriologiche.

4) Presuppone un obbligo verso di sè e una responsabilità morale verso la società intera, chi non lavora è una persona svalutata, destinata all'emarginazione; chi lavora deve fare tutto il possibile per mantenere l'occupazione e non finire nell'emarginazione, a costo di sobbarcarsi carichi di lavoro inumani.

5) La qualità dell'attività è totalmente indifferente, l'unica cosa che conta è che sia certificata da un guadagno monetario. Ai fini del lavoro, produrre medicine o bombe è la stessa identica cosa, produrle a buone condizioni o in stato di schiavitù, anche. Il lavoro rientra in pieno nelle ottuse categorie economiciste che misurano il Prodotto Interno Lordo, criteri puramente quantitativi, indifferenti ad ogni idea di qualità della vita.

In definitiva, il lavoro è un'attività svolta nel circuito del Mercato, secondo le sue regole. Non a caso si parla di come gli studi debbano garantire un titolo spendibile nel "mercato del lavoro", di come le persone debbano sempre tenersi aggiornate, attive, seguire sempre corsi, "sfruttare" i periodi di disoccupazione per prepararsi ad una nuova occupazione...


2. (Il lavoro nel tempo del precariato)

"Un cadavere domina la società: il cadavere del lavoro. (...)la società dominata dal lavoro non sta vivendo una crisi passeggera, ma si scontra con i suoi limiti assoluti. In seguito alla rivoluzione microelettronica, la produzione di ricchezza si è sempre più separata dall’utilizzo di forza-lavoro umana, e in una misura tale che fino a pochi decenni fa era immaginabile soltanto nei romanzi di fantascienza. Nessuno può seriamente affermare che questo processo possa fermarsi o addirittura essere invertito. La vendita della merce “forza-lavoro” sarà nel ventunesimo secolo tanto ricca di prospettive quanto nel ventesimo la vendita di diligenze. Ma chi in questa società non riesce a vendere la sua forza-lavoro è considerato “superfluo” e finisce nelle discariche sociali."
(Gruppo Krisis, Manifesto contro il lavoro)


L'immane corsa al lavoro in cui siamo immersi nell'era del cosiddetto precariato rispecchia una condizione paradossale ormai consolidata: le persone richieste dal mercato del lavoro sono molte di meno di quelle effettivamente esistenti.
Questo porta ad una concorrenza sempre più spietata per un posto di lavoro, ad una esclusione sempre più frustrante e disperata per chi esce sconfitto.
La disgregazioine dei rapporti umani nelle comunità ha un suo punto di partenza in questa immane corsa di tutti contro tutti.
La sopravvivenza è un diritto che si acquisisce tramite il lavoro, ma lavoro per tutti non ce n'è.

Recenti evoluzioni, come i nuovi contratti del lavoro precario, i nuovi lavori dell'economia dei servizi, non sono altro che tentativi di tenere in vita il pesante cadavere del lavoro:
far lavorare più persone per meno tempo, mettendole costantemente di fronte alla propria facile sostituibilità, lasciandole sempre appese ad un filo che è lì lì per spezzarsi, è un ottimo modo per tenerle sotto controllo.
Queste continueranno a restare nell'orbita del mercato del lavoro, il loro lavoro sarà cercarsene uno, avranno poco da discutere sulla sua qualità, vivranno oppresse dal bisogno di lavorare come prima si viveva oppressi dal bisogno di mangiare.
In realtà il bisogno è sempre mangiare, solo che senza rendercene conto, abbiamo totalmente introiettato la logica che il diritto a mangiare si acquisisca tramite il lavoro, invece di gridare "pane", ora si grida "lavoro", ma il significato non è lo stesso.
Richiedere lavoro, vuol dire accettare una propria subordinazione, per quanto condizionata, vuol dire in qualche modo accettare il fatto che chi non lavora non mangi, e che il mangiare sia dispensato da qualcuno più forte in cambio del proprio tempo e della propria fatica.

Il sistema del lavoro è sempre più totalitario, fondato sul controllo dell'attività del lavoratore, sul suo obbedire incondizionato alle regole stabilite dal mercato, o dall'azienda. La disciplina aziendale rende normali le più assurde violazioni della libertà, specialmente ultimamente, nel sistema del lavoro precario e del terziario cosiddetto "avanzato".
Non a caso, le aziende vogliono avere sempre più in mano la formazione dei propri dipendenti, formazione che assomiglia più a un lavaggio del cervello, fatto di pochi concetti ripetuti a oltranza, di poche nozioni pseudo-scientifiche (specialmente di psicologia d'accatto), della costruzione di un immaginario in cui l'azienda è la perfezione, in cui chi va avanti nell'azienda tende verso la perfezione, chi resta indietro è un mediocre ed è solo colpa sua (Partecipate al breve corso della Kirby che tengono settimanalmente, troverete l'annuncio di una "azienda leader del settore" nel giornale di annunci di lavoro della vostra zona, e vedrete questa filosofia ai suoi massimi).

Non basta più donare le proprie braccia, o i frutti della propria mente, ormai il sistema del lavoro richiede anche l'anima.
Il verbo del "sii positivo! sii ambizioso!" si fa strada, nascondendo i veri significati, che sono: "accetta qualsiasi cosa in silenzio e con un sorriso finto! sii pronto a calpestare chiunque per due briciole in più!".
La concorrenza spietata per un posto di lavoro produce mostruosità di ogni tipo, abitua alla menzogna costante su sè stessi, ad indossare una maschera per il lavoro che renda il proprio volto accettabile, rendendo le persone irriconoscibili l'una all'altra per quello che sono, mantenendole estranee. A guardia di questa estraneità sono posti i capi reparto, i team leader, promossi per la loro maggior capacità di recitare e di portare avanti la rappresentazione. E così, mano a mano, avviene la scalata gerarchica.
Il sistema dell'organizzazione aziendale è un sistema folle, dove tutti sono frustrati e piegati e logiche inumane e tutti fanno a gara per nasconderlo e mostrare invece la propria soddisfazione; perchè una delle prime cose che viene insegnata a tutti è che un uomo di successo è un uomo soddisfatto, chi non è soddisfatto di ciò che fa è un perdente, e come tale destinato al disprezzo, all'emarginazione, al licenziamento.

La gran parte dell'economia è parassitaria, fondata sull'imposizione di servizi non richiesti da nessuno tramite la propaganda pubblicitaria, la moda, il conformismo. La gran parte delle attività svolte nel mondo del lavoro sono futili, attività che se svanissero in un giorno nessuno se ne accorgerebbe; anzi, sono dannose, vista la quantità di energia sprecata, di inquinamento prodotto. Eppure il cessare di queste attività crea sempre vivaci proteste, lotte sindacali, disperate azioni di rabbia dei lavoratori; sempre per la solita logica folle per cui chi non lavora non ha diritto a mangiare. Se chiudessero tutte le fabbriche di armi del mondo, invece di festeggiare per la fine dell'insana attitudine degli uomini ad ammazzarsi tra loro, migliaia di lavoratori scenderebbero in piazza per il proprio posto di lavoro. Non è follia tutto ciò?

mercoledì 5 agosto 2009

L'Automobile

Protagonista indiscussa della costruzione della società industriale e post-industriale, l'automobile è uno dei perni ideologici più potenti della società del papalagi.
L'automobile è considerata un mezzo assolutamente irrinunciabile.
Effettivamente, la società del papalagi è stata modellata sull'uso di questo mezzo. L'idea del tempo e dello spazio è stata totalmente stravolta, il territorio è stato ricostruito secondo le esigenze dello spostamento privato su ruota, l'immaginario delle persone è stato completamente conquistato.

All'automobile sono associati molteplici concetti, spesso facilmente rintracciabili nei messaggi pubblicitari ad essa dedicati (normalmente circa la metà degli spot che passano in Tv nelle ore di punta sono dedicati alle auto, ai carburanti e a prodotti vari per il motore; questo dovrebbe già far riflettere) : la libertà, come libertà di muoversi dove si pare, nel tempo che più aggrada; l'indipendenza, uno dei massimi riti nel passaggio alla maggiore età è il conseguimento della patente; la forza, come dominio sullo spazio e capacità di sopravanzare i possessori di modelli obsoleti e i non motorizzati; la velocità, come divertimento, sport, ebrezza; il progresso, come cammino glorioso e razionale di perfezionamento tecnico; questi concetti sono impressi in profondità nella mente del papalagi, e questi tende a prenderli per assiomi inconfutabili.
Ma lo sono davvero?

!) LIBERTA' DI MOVIMENTO

Siamo diventati più padroni del nostro tempo e spazio?

Le strade hanno steso un reticolo di spazio percorribile sul territorio, ogni strada è una linea stesa sopra un piano infinitamente più vasto; abbiamo avuto la possibilità di muoverci su queste linee al prezzo di dimenticare gran parte del piano.
Per l'automobilista tutto ciò che è di passaggio lungo la strada non esiste, nei migliori dei casi è uno sfondo inerte. Si può andare dove si vuole? Sempre, laddove è consentito, dove non ci sono sbarre, cancelli, dove c'è un collegamento stradale.
La libertà di movimento acquisita con l'auto è in gran parte fittizia, e nasce soprattutto dalla diversa idea di spazio che essa stessa ha imposto: uno spazio fatto di reti e nodi, dove ciò che resta tra le maglie della rete semplicemente scompare.

Le strade sono fatte solo e soltanto per le automobili, se un motociclo può comunque adattarsi al movimento veloce dei grandi collegamenti, un mezzo troppo lento o troppo poco solido viene letteralmente espulso, a rischio della distruzione.
Muoversi a piedi, in bicicletta o su un animale per i grandi viali di una città, per le tangenziali, le autostrade, le statali e provinciali, assomiglia molto ad un tentativo di suicidio.
Questa presunta libertà di movimento nasce da una prevaricazione immensa: l'obbligo di avere una macchina.

Ma è soprattutto per un altro ordine di motivi che avere un'automobile non garantisce di per sè libertà di movimento: la nostra vita è sempre più scandita, nel suo percorrere le giornate, da scadenze decise da altri e imposte.
Queste sono modellate sull'uso della macchina: a una maggiore velocità degli spostamenti ha corrisposto una maggiore freneticità dei doveri e degli appuntamenti.
Ciò non fa che rendere la vita senza auto naturalmente più difficoltosa; da qui viene l'idea dell'irrinunciabile utilità del mezzo: non dalle sue qualità, ma dal sistema coercitivo che gli è stato costruito intorno.

Il traffico cittadino esplode, la quantità di ingorghi, file agli incroci, semafori, sensi unici, rende il muoversi in macchina una giostra allucinante, una fonte di stress enorme. Capita facilmente che un percorso a piedi o in bici sia più veloce di un percorso in macchina, ignorando sia gli ingorghi, sia i semafori (se si vuole, anche se a proprio rischio), sia i percorsi demenziali dei sensi unici.

La macchina ingombra notevolmente: file sterminate a bordo dei marciapiedi (spesso sopra), enormi spiazzi desolati, a volte pure su più piani, adibiti a parcheggio, case con posto auto (pagato salatamente), eppure non basta mai, per trovare parcheggio l'autista deve continuare il suo giro demenziale ancora a lungo, aumentare il proprio stress, buttare via tempo e aumentare l'inquinamento.
Una macchina occupa una quantità di spazio di circa 10 mq, un essere umano in piedi meno di un mq, se consideriamo che in Italia la quantità di automobili supera quella dei patentati (e basta fermarsi un giorno qualunque a qualsiasi ora in una strada trafficata per vedere come la quasi totalità delle auto porti una sola persona), possiamo immaginare l'immane spreco di spazio che avviene a scapito della vivibilità nei centri abitati.

Non abbiamo la libertà effettiva di andare dove ci pare, quando ci pare. I luoghi e i tempi della nostra vita sono in gran parte imposti da altri, e tra queste imposizioni c'è anche l'uso dell'automobile: per andare in luoghi costruiti a sua misura, secondo tempi frenetici ugualmente a sua misura (in questa frenesia è anche la stupidità del traffico cittadino, che nel voler andare veloce a tutti i costi, si ingolfa e si blocca).

")L'AUTO RENDE PIU' INDIPENDENTI?

Lo abbiamo detto: uno dei riti di passaggio verso l'eta maggiore è il conseguimento della patente. Tutti i ragazzi aspettano i 18 anni per poter finalmente usufruire di una macchina di famiglia, e in genere a 18 anni già guidano. L'auto consente ai ragazzi dei paesi sperduti di scendere in città, alle coppiette senza casa di farsi una sana scopata lontano da occhi indiscreti, eccetera eccetera.

Eppure queste attività si potrebbero svolgere in tutt'altro modo, con più spirito d'iniziativa. L'auto è solo il modo più facile.
Ci si può muovere coi mezzi pubblici e starsene in giro tutta la notte, per esempio. Si può sistemare una casa diroccata del paese o nei dintorni per farsi i beneamati cazzi propri lontani dalle chiacchiere, eccetera eccetera.

Cosa richiede più indipendenza?

Da quando nasciamo veniamo indotti a pensare l'automobile come parte integrante della nostra vita: è il primo mezzo su cui normalmente saliamo, giochiamo con macchinine e videogiochi di formula 1, le vediamo dappertutto, fanno parte del nostro habitat più di qualsiasi animale o pianta...

E allora, forse, il vero sforzo di indipendenza è nel rinunciare.

E d'altronde, l'auto non sfugge all'eterno paradosso dell'innovazione tecnologica: ogni comodità che dona crea una dipendenza, senza quella comodità non sappiamo più agire. Quante persone adesso non riuscirebbero, dopo una vita da seduti, a farsi 10 chilometri a piedi sotto il sole? Quante persone, senza macchina, si sentono sperdute e impotenti?

La dipendenza dall'autotrasporto è anche ciò che tiene in vita tutto il sistema delle merci, quel sistema folle per il quale è più conveniente comprare pomodori cinesi rispetto a quelli di un campo nel paese affianco.
Se, come è ben probabile, nella nostra vita dovremo vedere la benzina diventare progressivamente prima un bene di lusso e poi sparire, come reagirà la società?
L'auto crea dipendenza, come una droga. Più la si usa e meno ci si può rinunciare. E' probabile che assisteremo a crisi di astinenza di intensità inaudita.

A questo punto direi che la vera indipendenza è rinunciare all'automobile, e anche rinunciare il più possibile al sistema delle merci della grande distribuzione...più o meno una rivoluzione, insomma.

£)L'AUTO RENDE PIU' FORTI?

Questa domanda può sembrare una sparata, ma quante sono le persone che dalla loro automobile traggono sicurezza, certezza di status sociale, senso di potenza...
Quante volte, nel traffico, si assiste a comportamenti violenti, rabbiosi, dettati da un'irrazionalità che va ben oltre il semplice stress da ingorgo?
Una marea di persone stabilisce con la propria auto rapporti abbastanza perversi, l'auto è un mezzo di affermazione di potenza mediante la velocità, il lusso, la quantità di gadget inseriti, e, in definitiva, può anche essere un'arma impropria di efficacia indiscutibile.

Il successo di bestioni come i SUV nelle nostre città già congestionate e spesso inadatte anche a macchine normali parla da sè. L'auto più grande, più sicura per sè, ma letale per gli altri, più costosa...

L'auto rende più forti nel momento in cui marca una debolezza estrema, è solo uno dei tanti barili cui si appendono i naufraghi di una società esplosa, ed è uno dei più gettonati per la centralità che ha nella cultura di quella stessa società.
Ci sono luoghi del mondo in cui una macchina rimane tale, un semplice oggetto per trasportare il proprio corpo e gli oggetti ingombranti in modo meno faticoso e più veloce da un luogo all'altro. Posti in cui quando avviene un incidente leggero gli autisti si fermano giusto il tempo necessario per verificare che nessuno si sia fatto male.
Non qui, dove si è potuto uccidere per un parcheggio soffiato all'ultimo momento, qui succede di tutto.
Qui la macchina diventa per molte persone una stampella irrinunciabile per una personalità in crisi. Ma la società che genera queste crisi è basata sull'automobile.

$)VELOCITA'

Sulla velocità come ebrezza e divertimento, poco da dire. Fa sorridere vedere la schizofrenia di tanti ragazzi che hanno paura del terrorismo, della pandemia, della cricca balorda di immigrati, e poi si lanciano a 100 all'ora in vicoli di mezzo metro, fanno testa coda in tangenziale, eccetera eccetera.
Si punta sempre il dito sull'alcool come principale fattore di incidenti mortali in auto, si stringono sempre più i controlli e i limiti di alcolemia nel sangue. Eppure nessuno si è mai preso la briga di verificare in qualche modo il grado di incidenza dell'alcool e quello della velocità, su quantità e gravità degli incidenti.
E'vero che l'alcool rallenta i riflessi e altera la percezione, ma è anche vero che i riflessi richiesti andando a 50 all'ora non sono quelli richiesti a 150; sarebbe interessante sapere quanti sono gli incidenti gravi che riguardano persone sotto effetto di alcool o altre sostanze mentre andavano sotto i 60 km orari.

La velocità ha troppo fascino, è troppo importante ai fini della vendita, per essere messa in discussione. E infatti le case automobilistiche mettono tranquillamente in circolazione auto che possono andare nettamente oltre i limiti di velocità massimi consentiti senza che nessuno dica beh.
Tutto sommato potrei dire che le case automobilstiche istigano a delinquere il guidatore, a diventare pericoloso per sè e per gli altri.

%)PROGRESSO

L'auto è stata uno dei grandi miti che hanno rinverdito le speranze positiviste nella soluzione di tutti i mali affidata alla tecnica; nella storia della sua affermazione il richiamo alle magnifiche sorti e progressive dell' umana gente è stato costante, continuo.
Non staremo qui a disquisire sull'idea di progresso, altro grande idolo del papalagi che meriterebbe uno spazio a sè stante, ma ci fermeremo un attimo a pensare agli sviluppi futuri del trasporto privato su quattro ruote.

L'automobile è per tutti irrinunciabile, eppure tutti ormai conoscono i mali derivati dall'uso che se ne è fatto sin ora: inquinamento atmosferico, chimico, acustico, incidenti, ecc.
Molti sono i palliativi adottati nelle grandi città ormai sovraccariche di macchine: zone a traffico limitato, pedaggi, domeniche a piedi e targhe alterne, poco altro.

I nodi centrali restano assolutamente irrisolti, lo status divino delle quattro ruote continua ad imperare, e l'abuso costante del mezzo non diminuisce in alcun modo ( stentano a decollare forme quali il car sharing, l'uso della bicicletta in città, l'uso dei mezzi pubblici, ecc. ecc.).


L'unica soluzione prevista è nella ricerca di motori alternativi, ricerca che ha già prodotto i primi abbagli, come la sciagura dei bio carburanti a base vegetale: migliaia di ettari di campi distolti dall'alimentazione umana per alimentare le macchine, con conseguenze disastrose sui prezzi degli alimenti base, con conseguente fame per i più poveri nel mondo.

L'idea è la solita del papalagi, che manca di fantasia. La soluzione del problema rientra sempre all'interno del problema.

Tutta la ricerca sui carburanti alternativi non è mossa da amore per l'ambiente, nemmeno dall'emergenza ambientale.

E' mossa da amore per l'automobile, è un disperato tentativo di salvare la motorizzazione di massa, perchè senza di essa, probabilmente, crollerebbe tutto l'attuale sistema capitalistico, come un castello di carte.

E basta vedere con quanta generosità i governi si sono precipitati a salvare le case dell'auto, sull'orlo della bancarotta, i toni da tragedia che usano i media quando parlano di cali nelle vendite dell'auto, ma come si può comprare ancora in un posto dove ci sono più auto che patentati? Siamo pazzi?
Sì, siamo pazzi.

Infatti si inventano sempre nuovi incentivi per buttare le auto vecchie in favore delle nuove, con la scusa dei motori meno inquinanti, con il vero intento di tenere in piedi questo immane carrozzone fine a sè stesso.


La civiltà del papalagi è in crisi, e l'uscita da questa crisi passerà necessariamente per una ridefinizione del rapporto con la motorizzazione privata di massa, con tutte le implicazioni enormi che ciò comporta a livello culturale, politico, economico, sociale.

domenica 12 luglio 2009

Idolatria del Papalagi - Introduzione

idolo [ì-do-lo] s.m.
1 Oggetto o immagine elevata a divinità e come tale adorata: culto degli i.

(...)
Dizionario della lingua italiana, Sabatini Coletti

"...la maggior parte delle conoscenze da cui trae profitto tutta una società è appannaggio esclusivo di alcuni individui (...). Resta il fatto che, nel resto della collettività, il fatto di sapere che alcuni sanno ha un'enorme importanza, perchè equivale a sapere che si può avere fiducia; ci si interroga meno sulla giustificazione oggettiva della dottrina che sulla fiducia che si può accordare agli esperti(...): è un elemento decisivo per la credenza e per la superstizione. Ad esempio gli occidentali (o per lo meno quelli di loro che non sono batteriologi di professione) credono ai microbi, e moltiplicano le misure di asepsi, esattamente allo stesso modo che gli azandè credono alle streghe e moltiplicano le preucazioni contro di loro: credono ciecamente interpretando in questo senso alcuni indizi equivoci; verità o superstizione, la sociologia della credenza è identica."

Paul Veyne, "La storia concettualizzante", in Fare Storia, a cura di J. Le Goff e P. Nora, Einaudi 1981, pagg. 45-46.


"Il Papalagi è un individuo con strane idee. Fa molte cose che non hanno senso e che lo fanno ammalare, e tuttavia le esalta e ne canta le lodi."

Tuiavii di Tiavea, Papalagi (pag.15).




Da quando nasciamo, la nostra civiltà non fa che inculcarci il mito della sua efficienza, da qualsiasi parte la si guardi, non si fa che ammirare il progresso tecnologico e scientifico che ci ha permesso di essere così "avanzati" e deplorare e compatire chi da quel progresso è escluso (abbiamo escluso). Cresciamo con la consapevolezza di essere tra quei fortunati che hanno la ricchezza e l'abbondanza a portata di mano, e sappiamo che tutto ciò è dovuto al nostro modo di vivere, alle nostre usanze, alla nostra cultura, alla nostra storia. La nostra società è formidabile nel trovare un senso razionale, una giustificazione per qualsiasi evento avvenga al suo interno; è la nostra casa sicura, dove ogni cosa è al suo posto, e anche se noi non capiamo qualcosa, qualcuno che lo comprende da qualche parte c'è di sicuro, e normalmente anche qualcuno che ce lo spiega (raramente coincidono, ma tant'è).

Possiamo permetterci di vivere tutta la nostra vita senza mai chiederci il senso delle nostre azioni, confidando nella razionalità di chi conosce domande e risposte, e disprezzare la superstizione. E' quello che facciamo. Ed è praticamente impossibile fare altrimenti, perchè la società in cui viviamo si è estesa talmente tanto da risultare incommensurabile alla mente di un essere umano, chiunque deve fidarsi del racconto di altri per capire l'immenso che non vede. Considerando la quantità sterminata di voci male informate o in mala fede, la quantità sterminata di canali di trasmissione di informazioni, che rende improbabile un buon discernimento di attendibilità, penso di poter dire tranquillamente che la nostra sia, a livello di coscienze individuali, la società più superstiziosa che sia mai esistita.

Questa superstizione è quella che governa gran parte delle nostre vite nel rapporto con la quotidianità. Viviamo sommersi di merci dagli usi più disparati, ognuna delle quali tramite pubblicità o semplice uso tramandato, porta con sè un proprio mito che ne giustifica l'esistenza e ne rende necessario l'uso, indipendentemente dalla realtà. D'altronde la gran parte delle nostre azioni avviene in modo abbastanza automatico, dettata dall'abitudine, e raramente ci fermiamo a chiedercene il senso.

Sono tantissimi gli oggetti senza i quali ci riesce impossibile immaginare una vita degna di questo nome, oggetti di cui magari si conosce il lato oscuro, i problemi che portano con sè, ma che si considera irrinunciabili. Spesso è solo un problema di mancanza di immaginazione.

Più spesso, è un problema di visione del mondo. Siamo troppo abituati a cercare una gratificazione immediata da ciò che ci circonda, per prendere in considerazione effetti a lungo termine o su larga scala. L'effetto di milioni di "innocenti" comportamenti sparsi per tutto il mondo sta conducendo tutti verso una catastrofe ambientale e sociale, e ormai la questione è di dominio pubblico, ammessa da tutti, eppure nulla cambia.

E' questa la prima semplice dimostrazione della follia di noi Papalagi, una dimostrazione matematica: vogliamo usare più risorse di quante ne disponga il pianeta, vogliamo accrescere all'infinito i nostri consumi, come obiettivo della nostra società, ignorando il semplice fatto di essere stanziati in un luogo finito.

Eccolo, un semplice motivo per destituire di ogni fiducia tutti i nostri esperti che baldanzosi ci narrano delle magnifiche sorti e progressive della scienza e della tecnologia: sappiamo che non sanno quel che stanno facendo, e questo è un primo passo per uscire dalla nostra supina superstiziosità di placidi Papalagi.

Un secondo passo può consistere nello smitizzare gli oggetti che circondano la nostra vita quotidiana, cercare di spogliarli di tutti i significati che gli son stati costruiti attorno e vederli nella nudità dell'uso. Cercare di adottare la visuale di un alieno, come può essere un samoano di cent'anni fa che descrive i Papalagi, per evidenziare le infinite assurdità e contraddizioni del nostro vivere quotidiano.



E' quello che vorremmo fare da qui in poi, in questa rubrica.